IL RUOLO DEI  GENITORI  
A volte la pratica precoce dello sport competitivo, invece di essere un’attività piacevole e salutare, può diventare un evento traumatico per i bambini per la forza dello stress e della necessità di far felice i genitori, gli allenatori, oppure le maestre della scuola.
La pressione che appare con le esigenze dei genitori, dei familiari, degli amici e del tecnico può influenzare negativamente lo sviluppo dell’auto-stima di questi bambini ed adolescenti, che si auto-valuteranno riflessi con lo sguardo di approvazione o di riprovazione delle persone che considerano importanti nella loro vita.
Il successo non è solo vincere o avere il figlio come titolare, successo corrisponde ad un sforzo giornaliero, alla ricerca di superarsi continuamente, all'interesse per le azioni intelligenti dell'atleta all'interno della gara.
Competere è un’ottima attività quando ciò avviene in accordo con la realtà: stimola la collaborazione interpersonale, aiuta l’auto conoscenza, stabilisce la fiducia in se stesso, influenzando positivamente nella costruzione della personalità del bambino.
È importante ricordare che la scelta che il bimbo intende esercitare deve essere di competenza esclusiva di quest'ultimo. Il ruolo dei genitori è quello di sostenerlo nella sua scelta e valutare sempre se i professionisti sono qualificati per aiutarlo in questa lunga strada che si dovrà percorrere.
Attenzione: ci sono quelli che desiderano trasformare i nostri bambini ed adolescenti in “miniera d'oro", attribuendo a loro le responsabilità, le richieste personali, gli sforzi fisici che in realtà la sua costituzione psichica e fisiologica ancora non è preparata ad assumere.

LA VISIONE DEL GENITORE: LA RIVINCITA

La visione del genitore è nettamente all’opposto di quella del mister: ogni papà (o mamma) vorrebbe che il proprio figlio segnasse gol a valanga e che giocasse sempre e comunque. Quel che è peggio è che invece di portare al campo il figlio per socializzare, per farlo crescere con gli altri, per farlo divertire o semplicemente per fargli praticare dello sport, lo carica di responsabilità, lo disprezza se non riesce o lo esalta se lo vede fare certe cose, dimenticando che si tratta pur sempre di un bambino . Anche se “positivamente predisposto” al gioco del calcio, come si può pretendere che lui, che deve pensare solo a giocare e a divertirsi, possa un giorno giocare in serie A? Spesso il proprio figlio è vissuto come un “prolungamento di se stessi” e rappresenta la propria RIVINCITA sulla vita. Si proiettano su di lui desideri insoddisfatti e sogni non realizzati, creandogli false e sbagliate aspettative. Se per esempio questi in mezzo al campo subisce un fallo, si reagisce violentemente contro l’autore perché è come se quel fallo lo avesse subito lo stesso genitore, ovvero la parte di se stesso a cui si tiene di più, quella proiettata sul figlio. Il genitore così vive tutte le esperienze del proprio figlio (anche per esempio quelle negative come la panchina o l’esclusione dalle convocazioni) come se fosse lui a farle, interpretando le sue sconfitte come se fosse lui il perdente, esaltandosi invece anche eccessivamente se il figlio vince. Questo atteggiamento è captato dal bambino, molto sensibile agli stati d’animo del genitore ed al modo in cui egli si comporta o parla con lui. Quindi se dopo aver perso una partita il piccolo vede il genitore abbattuto, silenzioso e critico, oppure dopo una vittoria lo vede euforico come se avesse portato a casa la Coppa del Mondo, l’idea che si fa è che sia accettato da lui solamente se vincente. Ciò può portare il bambino ad un errato approccio alla partita, affrontando la stessa solo con l’obiettivo di non perdere, per evitare la delusione e l’insoddisfazione del proprio genitore.

Dobbiamo frenare e fare un passo indietro. Non facciamo sentire “fenomeno” bambini che fanno cinque gol a partita … nello stesso tempo non facciamo sentire “brocco” chi è meno dotato o predisposto per il gioco del calcio. Il genitore, “attaccato alla rete”, che si intrufola nello spogliatoio con una scusa banale, che segue passo passo  il proprio figlio, che urla quello che deve o non deve fare in campo, che magari poi a casa gli fa “ripetizioni calcistiche” vorrebbe solo un protagonista in campo: il proprio bambino. E allora mentre l’istruttore suda le proverbiali sette camicie per insegnargli a passare la palla ai compagni, lui ,il bambino,si giustifica così: “ha detto mio padre che devo andare da solo dritto in porta … ” “ha detto mio padre che devo giocare attaccante” “ha detto mia madre che i rigori li devo tirare io”… Ecco il nocciolo della questione: bisognerebbe astenersi dal suggerire ai propri figli i propri punti di vista, di esprimere giudizi sui compagni di gioco, di interferire nelle scelte tecniche, di esprimere giudizi sul nostro operato, anche perché noi istruttori cerchiamo di sviluppare le potenzialità del bambino, intese non solo come capacità tecniche ma anche, come dicevo prima, come capacità di socializzazione in un gruppo. Il genitore non si rende conto che l’istruttore rappresenta per il proprio figlio una figura di riferimento importante, che il bambino tende ad idealizzare e che le critiche al tecnico possono disorientarlo. L’istruttore di scuola calcio ha un ruolo ben diverso da quello del tecnico delle squadre che si seguono in televisione, in quanto egli è prima di tutto un educatore. Non ci si può, quindi, limitare a valutare il suo operato esclusivamente dal numero delle vittorie e dalle sconfitte raccolte, ma bisogna predisporsi a valutare sotto un’ottica diversa il suo lavoro. Molto spesso, il genitore è concentrato esclusivamente sul risultato (inteso come vittoria, sconfitta, pareggio) mentre non coglie aspetti particolari quali la corretta esecuzione di un gesto fondamentale come, per esempio, effettuare uno stop di petto o colpire la palla di esterno: questi sono i veri risultati. E allora … lasciamoli giocare e divertirsi, perché, a quest’età, ne hanno tutto il diritto.

Spesso sulle tribune gli animi si scaldano e a volte volano parolacce, insulti ed offese rivolte soprattutto agli arbitri e, ancora peggio, ai piccoli calciatori che sono in campo. Protagonista assoluto di questa cattiva abitudine è il pubblico che assiste alle partite di calcio giovanile, che è costituito, ahimè, proprio dai genitori che sono i primi “tifosi” della squadra dove giocano i propri figli. Il problema fondamentale è di cultura: perché inquinare una sana esibizione di sport, un confronto tra dei bambini, dando un cattivo esempio e una pessima immagine di sé? Perché invece di sostenere i propri beniamini, incitandoli positivamente, ricorriamo all’offesa degli avversari? Purtroppo si preferisce sottolineare negativamente le qualità tecniche o fisiche di un bambino invece di incoraggiarne le prestazioni sportive, dimenticandosi il senso del RISPETTO. Addirittura si arriva ad offendere anche bambini che giocano nella stessa squadra dei propri figli, perché li si ritiene inferiori, perché “danneggiano la squadra” e si sentono frasi tipo “ecco entra lui, adesso fa almeno un autogol” “quello? Ma quando segna …” “ma che fa il mister? Vuole perdere la partita?” “è uscito mio figlio ed è entrato quello?” Si creano inoltre anche delle antipatie tra gli stessi familiari dipendenti dal fatto che quello gioca sempre, quello non esce mai … Questo atteggiamento, inoltre, può indurre il bambino, che tende ad imitare il genitore, all’abitudine di criticare tutti, proiettando sugli altri (compagni, arbitro) il motivo di una sconfitta, senza riconoscere invece le proprie “responsabilità” o “errori”. Dobbiamo cercare tutti, addetti ai lavori e non, a recuperare, come dicevo prima, quel senso di rispetto; rispetto che dobbiamo anche ai direttori di gara, uomini che sbagliano come tutti, uomini che sono domenicalmente facile bersaglio di compilation di “antipatici complimenti” e che molto spesso, nel calcio giovanile, sono proprio dei genitori che si mettono gentilmente a disposizione. È difficile per un genitore osservare il proprio figlio mentre corre in un campo da gioco e non avere il batticuore, quando tocca la palla e per un momento diviene il protagonista. In un attimo scorrono davanti ai suoi occhi una serie di frammenti di vita, tra cui l’emozione di trovarsi lui stesso, ancora bambino, a governare una situazione di gioco condivisa da un gruppo, non necessariamente legata al calcio, con degli avversari da superare ed i compagni attorno che si affidano a te. Ed ora è il proprio figlio che si imbatte in una situazione analoga, tale da rappresentare la vita stessa, fatta di mete condivise e di ostacoli da superare. Lui in mezzo al campo a giocarsi la sua partita.
Non esistono altri genitori, non esiste l’allenatore, né il resto della squadra, ma si vede solo lui, quel figlio e tutto il resto che gli gira attorno, come se si trattasse di una condizione inscenata per fargli da sfondo. Tale figlio, vissuto come il centro dell’universo, attiva una miriade di emozioni, che partono dall’amore più grande e che per tale ragione sono legittime e comuni a tutti i genitori, ma che inconsapevolmente possono trasformarsi in emozioni fuorvianti, quando le fantasie che si legano a queste si scontrano con una realtà ben diversa. Così il genitore che si aspetta la vittoria per esultare assieme al figlio, può non riconoscere che la partita è stata persa perché la squadra avversaria ha compiuto una prestazione migliore e dà la colpa all’arbitro, all’allenatore, senza riconoscere che le proteste nascondono la rabbia di non aver visto il figlio vincere.
Spesso, eventi come questi accadono perché il genitore oltre a dimenticare che il calcio giovanile è prima di tutto un gioco, non è a conoscenza delle dinamiche che questo sport attiva e che possono involontariamente coinvolgerlo senza rendersene conto. Egli non sa a cosa portano le emozioni provate al bordo campo, se non sono ben dosate e gestite.
Un suggerimento che mi sento di dare a voi genitori a quei genitori che accettano di farsi coinvolgere attivamente nello sport del figlio :adoperate l’energia che accumulate nel seguire i suoi eventi calcistici, non per sbraitare dalla tribuna o per criticare fuori gli spogliatoi, ma per cercare di proporvi al vostro giovane atleta come un valido sostegno in ogni esperienza che compie, lungo il difficile cammino che lo condurrà a diventare il futuro uomo di domani.